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Dammi una molecola
e ti dirò chi sei

Pubblicato da Pamela domenica, 25 luglio 2010 | Rubriche: Le altre notizie, Senza categoria

Il patrimonio culturale di un popolo è rappresentato anche dai resti dei suoi antenati che costituiscono, in parallelo con i beni culturali più tradizionali, un tesoro prezioso da tutelare. Dal 1994, l’Università di Tor Vergata si è specializzata nell’analisi di biomolecole antiche recuperate da resti archeologici, per rispondere ad interrogativi che difficilmente potevano essere risolti con i metodi di indagine classica e talvolta anche con l’analisi molecolare tradizionale - Leggi tutto

Sintesi dell’intervento della prof.ssa Olga Rickards*

L’Ateneo di Tor Vergata si è da sempre distinto per il suo impegno nel settore dei Beni Culturali con molteplici e qualificate competenze in vari ambiti. Tra le più recenti testimonianze desidero segnalare IRICH: la prima infrastruttura italiana di ricerca finalizzata alla conservazione, all’analisi e a una più corretta e vasta fruizione del patrimonio culturale. Obiettivo di IRICH è quello di utilizzare, adattare, ampliare, migliorare e sviluppare tecniche di analisi, strumentazioni e conoscenze fisiche, chimiche e biologiche per i beni culturali. IRICH quest’anno è stata inserita dal MIUR nella Roadmap italiana delle infrastrutture di ricerca di interesse nazionale e pan-europeo. Recentissimo è altresì il progetto di ricerca afferente al distretto tecnologico della cultura del Lazio portato avanti da questa Università, SIDE, che vede la partecipazione di tre facoltà: Lettere e Filosofia con il Dipartimento di Antichità e Tradizione Classica, Ingegneria con i Dipartimenti di Ingegneria Civile e Ingegneria Meccanica, Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali con i Dipartimenti di Biologia, Fisica e Scienze e Tecnologie Chimiche. Data la finalità di questa giornata ci soffermeremo sui quei progetti nei quali vengono specificatamente utilizzate le biotecnologie per studiare e valorizzare il patrimonio culturale e che nel nostro Ateneo sono coordinate dalla Prof.ssa Albertano e portate avanti principalmente dal laboratorio di Biologia delle Alghe, dal Centro di Antropologia molecolare per lo studio del DNA antico e dai laboratori di Chimica Analitica per l’Ambiente e i Beni Culturali diretto dal Prof. Giuseppe Palleschi  e di Chimica-Fisica diretto dal Prof. Antonio Palleschi.

Perché antropologia e beni culturali? Perché il patrimonio culturale è rappresentato anche dai resti dei nostri antenati che costituiscono, in parallelo con i beni culturali più tradizionali, un tesoro prezioso da tutelare in quanto rappresentante una memoria biologica e quindi soggetto a salvaguardia come previsto dalla normativa giuridica. Pertanto, il mio gruppo di ricerca già a partire dal 1994, con il progetto strategico del CNR che è poi evoluto nel Progetto Finalizzato, si è inserito nel filone dei Beni Culturali, specializzandosi nell’analisi di biomolecole antiche recuperate da resti archeologici provenienti da nuovi scavi e dai reperti conservati nei musei, per rispondere ad interrogativi antropologici ed archeologici che difficilmente potevano essere risolti con i metodi di indagine classica e talvolta anche con l’analisi molecolare tradizionale, quella basata sullo studio del DNA delle popolazioni attuali. I progetti attualmente in corso sono: nell’ambito del progetto SIDE, ricordato prima, “Determinazione dello stato di conservazione, analisi morfologica e molecolare per la consolidazione e musealizzazione di resti  scheletrici” in cui i colleghi Giuseppe e Antonio Palleschi stanno mettendo a punto, grazie anche al lavoro di un mio studente di dottorato, il dott. Scorrano, una batteria di analisi da eseguire sia in situ nei siti di ritrovamento del materiale biologico, sia esso umano, animale o vegetale, che sui reperti biologici stessi per valutare lo stato di conservazione e scegliere, pertanto, il materiale da sottoporre alle successive analisi molecolari, molto dispendiose in termini di tempo e costi.

L’altro è il programma di ricerca finanziato nell’ambito del PRIN 2008, volto a ricostruire, attraverso un approccio multidisciplinare, l’origine e la diffusione dell’agricoltura e dell’allevamento nell’Italia centro-meridionale. Dai siti analizzati sono stati ottenuti campioni umani, animali e vegetali per ricostruire la paleodieta dei popoli antichi d’Italia attraverso lo studio degli isotopi stabili del collagene delle ossa, la loro storia genetica attraverso l’analisi del DNA mitocondriale e quella demografica attraverso lo studio del sesso -con metodi classici e biomolecolari- e dell’età alla morte, nonché i rapporti di parentela. Per quanto riguarda la diagnosi di sesso e i legami di parentela, vorrei ricordare uno dei risultati più significativi da noi ottenuti: quello relativo alla triplice sepoltura dei Balzi Rossi, il cui studio genetico ha permesso di confermare quanto ipotizzato dall’indagine classica circa i rapporti tra gli individui, vale a dire che si trattasse di un padre inumato insieme alle sue figlie.

Per concludere voglio accennare ad un altro settore di ricerche di cui ci siamo occupati in questi dieci anni, che è quello dell’identificazione di personaggi storici e della risoluzione di alcuni misteri a questi collegati. Esempio è il caso Cristoforo Colombo di cui ci siamo occupati di recente. Nel 2002 è stato creato il Columbus Identification DNA Team diretto dal Prof. José Morente dell’Università di Granada che comprende una serie di laboratori europei e statunitensi, tra cui per l’Italia il centro di Tor Vergata, il cui scopo è quello di aiutare gli storici a risolvere alcuni misteri sulla vita di Colombo e sulla destinazione finale delle sue spoglie. Il mistero di dove siano in effetti conservati i suoi resti è legato al fatto che Colombo anche dopo la morte ha continuato ad essere un grande navigatore. Dopo essere stato sepolto a Valladolid fu portato a Siviglia, poi assecondando i suoi desiderata a Santo Domingo nella Repubblica Domenicana. Quando la Spagna perse questo territorio fu trasportato a Cuba e una volta persa anche Cuba fu riportato a Siviglia e sepolto nella Cattedrale. Questa facile ricostruzione dei movimenti delle spoglie fu messa in discussione nel 1877 quando, riedificata la Cattedrale di Santo Domingo, fu trovata una cassetta su cui era incisa la frase: qui sono conservate le ossa dell’ammiraglio. Il problema era di stabilire se i resti conservati a Siviglia fossero proprio quelli del grande navigatore o se invece fossero rimasti a Santo Domingo come i dominicani sostengono. A tal fine sono stati riesumati, con il consenso di una parente in vita dei Colombo, i resti di Cristoforo e di suo figlio Hernando entrambi conservati nella Cattedrale di Siviglia e del fratello di Cristoforo, Diego, sepolto anch’esso a Siviglia ma nel convento della Cartuja. Vorrei sottolineare che non si hanno dubbi sull’identità dei resti del figlio e del fratello di Colombo. I risultati condotti sull’mtDNA del presunto Cristoforo, di Diego e Hernando ottenuti nei laboratori di Granada ed in quelli di Tor Vergata, e perfettamente coincidenti, ci hanno consentito di concludere che i resti conservati a  Siviglia sono in effetti quelli di Cristoforo. Le indagini comunque continuano: stiamo ora conducendo lo studio del DNA Y-specifico sui resti di Hernando, che è il reperto meglio conservato, e su diversi soggetti di sesso maschile non imparentati di cognome Colombo originari della Spagna, dell’Italia, della Francia e del Portogallo, tutti Paesi che reclamano la natalità del grande navigatore,  che ci permetterà di risolvere anche il mistero delle sue origini geografiche.

*Ordinaria di Antropologia Molecolare