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Due test per la diagnostica dell’Alzheimer

Pubblicato da luigi martedì, 2 febbraio 2010 | Rubriche: Home, IN-ricerca, impresa e territorio, L'Ateneo IN & OUT, Le altre notizie

Verificate strette correlazioni tra le basse prestazioni mnesiche e le alterazioni microstrutturali dell’ippocampo. La buona notizia è che disponiamo delle tecniche necessarie per rilevarle entrambe: ai test di memoria si potrà affiancare nell’immediato futuro un esame di “diffusione del tensore”, una metodica relativamente semplice, a dispetto del nome – Leggi tutto

Cervello umano affetto dal morbo di Alzheimer. Nell'emisfero sinistro è evidente il processo degenerativo in corso

Cervello umano affetto dal morbo di Alzheimer. Nell'emisfero sinistro è evidente il processo degenerativo in corso

di Luigi Vespasiani

L’unione fa la forza. Vale per i team e, in questo caso, vale anche per i test. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Tor Vergata e della Fondazione Santa Lucia, guidato dal prof. Giovanni Augusto Carlesimo, ha recentemente pubblicato su Neurology (www.neurology.org/), testata di riferimento di caratura internazionale, i risultati di una ricerca che potrebbe aprire la strada alla diagnosi precoce del morbo di Alzheimer. La metodica consiste nell’incrociare due risultati: quelli provenienti dai test per la valutazione della memoria verbale e visiva e quelli di un particolare esame di Risonanza Magnetica Nucleare (RMN) detto “diffusione del tensore”. Il suo funzionamento si basa sul movimento delle molecole d’acqua. All’interno dei tessuti, le molecole d’acqua si spostano in modo coerente con l’orientamento delle fibre nervose. Se queste fibre vanno incontro ad un processo degenerativo, le molecole d’acqua sono meno vincolate e si diffondono diversamente. E’ noto che gli individui sani presentano, dall’età di circa 50 anni in poi, un progressivo decadimento delle capacità di memoria a lungo termine. Grazie all’utilizzo delle nuove metodiche, sarà quindi possibile distinguere tra i naturali deficit della memoria, fisiologici dell’età avanzata, e quelli derivanti dai primi fenomeni di degenerazione, sintomi di una patologia come l’Alzheimer.

“Lo studio ha riguardato 76 soggetti esenti da patologie neurologiche, di età compresa tra i 20 e i 70 anni – ci ha spiegato il prof. Carlesimo – L’efficienza mnesica di tali soggetti è stata misurata prima per mezzo di test di memoria verbale e visiva, successivamente tutti i soggetti venivano sottoposti ad esame di RMN cerebrale con studio del tensore di diffusione. I risultati hanno messo in evidenza che nei soggetti ultracinquantenni le basse prestazioni a test di memoria erano strettamente associate ad un aumento della diffusività a livello delle formazioni ippocampali. L’interesse risiede nella dimostrazione di come, in soggetti clinicamente sani, il decadimento delle capacità mnesiche correlato all’età sia da imputare ad un’alterazione della miscrostruttura delle fibre nervose a livello dell’ippocampo. Alla luce del fatto che l’ippocampo è sede delle primissime alterazioni neuropatologiche della malattia di Alzheimer, l’ipotesi che avanziamo è che l’associazione di basse prestazioni a test di memoria (seppur ancora nel range di normalità), associato ad un aumento della diffusività ippocampale in un esame di RMN, identifichi una popolazione di soggetti ad elevato rischio di sviluppare, nel futuro, la malattia. Ovviamente tale ipotesi necessita di essere confermata attraverso l’osservazione prolungata nel tempo dei soggetti che hanno partecipato allo studio”.

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