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Violenza sulle donne: la parola al gruppo infermieristico del PTV

Pubblicato da Pamela giovedì, 10 dicembre 2009 | Rubriche: L'Ateneo IN & OUT

La violenza contro le donne non è solo una questione sociale, ma presenta importanti aspetti sanitari visto che sempre più spesso le donne vittime di violenza contattano le strutture sanitarie per i primari bisogni assistenziali. Ce ne parla il dr. Massimo M. Greco del Gruppo infermieristico PTV contro la violenza sulle donne - Leggi tutto

di Federica Lorini

policlinico-galleriaart-okDr. Massimo Greco, lei fa parte del gruppo infermieristico PTV contro la violenza sulle donne; può spiegarci che cosa è e di che cosa si occupa?

Partirei dal fatto che molte ricerche hanno evidenziato come l’accoglienza e il supporto siano aspetti cruciali per il recupero in termini di salute e di benessere delle donne vittime di violenza, anche e soprattutto nelle strutture sanitarie. Molte donne raccontano invece di essere state trattate dal personale dei Pronto Soccorso e dei reparti con indifferenza nel migliore dei casi, se non con arroganza. A questo punto, è diventato chiaro per alcuni di noi che tutte le professioni sanitarie coinvolte dovessero fare autocritica e prendersi una responsabilità professionale che fino ad allora, evidentemente, era stata troppo disattesa. In questo, abbiamo subito trovato un ascolto anche a livello “alto” all’interno del Policlinico Tor Vergata, con  il supporto della Direzione Infermieristica e delle Professioni sanitarie, sempre molto attenta ad accogliere gli spunti di chi lavora vicino al malato, e del Comitato Pari Opportunità e del Servizio Prevenzione e Protezione, nel quale lavoro. E’ stato importante, in questo ambito, chiarire il contributo specifico che la professione infermieristica poteva dare e questo è stato riconosciuto anche dal Collegio IPASVI di Roma, l’ente che regola e vigila soprattutto la dimensione deontologica della nostra professione, che ha patrocinato le nostre iniziative.

Quali sono, secondo lei, le peculiarità dell’assistenza infermieristica rispetto all’assistenza medica?

Ci sono dimensioni che non sono sempre facilmente diagnosticabili o misurabili in maniera bio-medica, ma che comunque fanno parte dello stare bene della persona. In questo senso, lo sguardo infermieristico è un modo di stare accanto al malato piuttosto che alla malattia. E’ il porsi come obiettivo il supporto di quei bisogni fondamentali che sono comuni a tutti gli esseri umani e che vengono messi in crisi da questo evento esistenziale, prima ancora che biologico, che è la malattia. Lo sguardo infermieristico, per sua natura rivolto alla persona, si affianca a quello medico-clinico, che è principalmente sulla malattia. Insieme, proprio come succede con la vista, si acquista profondità e prospettiva grazie alla cooperazione di due punti di vista, che permettono di riconoscere alla persona in stato di crisi una complessità che lo sguardo della razionalità tecnica, a cui spesso la medicina indulge, affidandosi ad apparecchiature, a quantificazioni, a razionalizzazioni, rischia sempre di ridurre.

Quanto conta nel suo lavoro il sapere tecnico e quanto il sapere relazionale?

La tecnica riesce a raggiungere risultati eccezionali, ma non riesce a darci un senso che sia valido per noi in quanto esseri umani. Ed il senso lo si trova nella relazione con gli altri, cioè, noi costruiamo il senso con gli altri. La questione non si pone solo nei confronti dei pazienti e dell’umanizzazione delle cure. Quando io riduco il mio essere professionista della cura ad un gesto tecnico, impoverisco l’esperienza, riduco la relazione di cura,  che è la prima esperienza che noi facciamo quando veniamo al mondo, ad un’erogazione di prestazione. Semplificare con diagrammi di flusso, procedure e protocolli la nostra attività assistenziale, clinica e diagnostica, se da una parte è in grado di assicurare standard di efficienza ed efficacia, non riesce ad assicurare alle persone in gioco (chi cura e chi è curato) una qualità della relazione che restituisca un significato valido e veramente terapeutico nei confronti dell’esperienza di malattia.

Nel suo intervento in occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza di Genere lei ha parlato del fenomeno della vittimizzazione secondaria. Può spiegarci che cosa è e come, secondo lei, sia possibile limitarla se non eliminarla?

Una donna vittima di violenza cerca accoglienza, cura, guarigione, supporto, riconoscimento, tutela. Cosa trova da parte delle istituzioni, non solo sanitarie ma anche ad esempio giuridiche? Trova un meccanismo dotato di una sua inerzia e una sua logica, troppo spesso disumane. La vittimizzazione secondaria è questa violenza istituzionale. Non pensi che sia una violenza sempre dai toni accesi, come ad esempio ce la raccontava Alda Merini riguardo alle sue esperienze in manicomio. Ma ha i toni silenziosi, scontati, razionali dell’organizzazione, della burocrazia, del professionalismo, del tecnicismo. In questo senso, la donna vittima di violenza (ma potremmo dire, molti e molte pazienti) si ritrova a dover subire nei contesti istituzionali un’altra violenza, ossia un modo di operare che non pone al centro il senso di sicurezza e di integrità della persona ma la propria logica organizzativa. Così, la donna ad esempio si ritrova a ripetere più volte la propria storia di violenza a differenti specialisti, vivendo l’assurdità di una rievocazione continua del proprio vissuto di dolore. L’antidoto, almeno per questa parte del problema, è che l’organizzazione si centri sui bisogni della paziente, più che sui propri ruoli e processi, e che ci si sforzi di trovare una soluzione integrata dell’assistenza. La parola chiave nel “gergo” sanitario è “continuità assistenziale”, su cui quest’anno come gruppo abbiamo posto l’enfasi. E’ un approccio che cerca di sviluppare competenze individuali ed organizzative tali per cui sia minimizzata la frammentazione del percorso.

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