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Donne fertili anche dopo la chemioterapia

Pubblicato da Pamela mercoledì, 7 ottobre 2009 | Rubriche: IN-ricerca, impresa e territorio, L'Ateneo IN & OUT, Le altre notizie, Ricerca scientifica

Ricercatori del Dipartimento di Biologia scoprono come proteggere la fertilità delle pazienti sottoposte a chemioterapia. La Dr.ssa Stefania Gonfloni e il Prof. Gianni Cesareni hanno pubblicato su Nature Medicine lo studio su nuove strategie per proteggere le ovaie dagli effetti collaterali delle terapie contro il cancro. Lo studio è nato dalla collaborazione dei gruppi di ricerca del Dipartimento di Biologia e della Facoltà di Medicina (Prof. Massimo De Felici e Prof. Gerry Melino). Leggi tutto

Le armi più comunemente utilizzate per sconfiggere il cancro sono la radio e la chemioterapia, strategie terapeutiche che usano agenti fisici o chimici in grado di indurre lesioni del DNA. Tali lesioni attivano una risposta cellulare che porta le cellule danneggiate al suicidio o morte. Oltre alle cellule trasformate (cancerogene) questi trattamenti aggressivi possono colpire anche cellule di organi sani scatenando effetti collaterali indesiderati. La perdita di fertilità, soprattutto nelle donne, è sicuramente uno degli effetti collaterali permanenti che ha un maggior impatto sulla qualità della vita dei pazienti guariti dalla chemioterapia. 

La fertilità nelle donne dipende dal numero di cellule-uovo “ovociti” presenti nell’ovaio al momento della nascita. Questo numero può solo diminuire nel corso della vita fertile della donna. L’ “ovocita” è una cellula molto sensibile alle lesioni o rotture del DNA, ed è quindi particolarmente colpita durante I trattamenti chemioterapici. La ragione è semplice: dalla qualità del DNA dell’ovocita dipende la vita e lo sviluppo corretto di un individuo, così per difendere il DNA dalle costanti minaccie di lesioni e danni la Natura ha evoluto un sistema di monitoraggio estremamente sensibile ed efficiente. Nell’ovocita il geneTAp63 funziona come “sentinella” e codifica per una proteina che vigila per impedire che il DNA della cellula accumuli anche il più piccolo errore o venga danneggiato. La novità dello studio dei ricercatori del nostro Dipartimento consiste nell’aver identificato nel gene c-Abl un gene “modificatore” del gene “sentinella” TAp63. Se si verificano delle lesioni del DNA, queste, a loro volta, innescano a loro volta l’attivazione del prodotto proteico del gene c-Abl che come risposta trasforma rapidamente la proteina TAp63 da ”sentinella” a potente “kamikaze” in grado di portare la cellula “ovocita” al suicidio, evitando così che eventuali errori possano essere trasferiti alla progenie. I ricercatori del dipartimento di Biologia hanno dimostrato che, in un sistema modello murino,  bloccando l’attività della proteina c-Abl con un inibitore specifico si può impedire la trasformazione di TAp63 da “sentinella” a “kamikaze” durante un trattamento chemoterapico, quindi, l’utilizzo dell’inibitore di c-Abl ha permesso di proteggere la cellula ovocita dalla morte e di conseguenza di prolungare la fertilità nelle topoline, che hanno generato una progenie apparentemente normale. Il congelamento degli ovociti, da poter poi utilizzare per la fecondazione in vitro, è attualmente l’unica possibilità offerta alle giovani pazienti che potrebbero rischiare la loro fertilità in seguito a trattamento chemioterapico. Questa metodologia può però non essere appropriata per alcune pazienti per motivi legati all’età, o al tipo di cancro. Ora, i risultati ottenuti dai ricercatori romani suggeriscono una valida alternativa. La speranza è che, passando dal modello murino all’uomo, l’effetto protettivo dell’inibitore di c-Abl sugli oociti possa essere confermato in pazienti sottoposti a chemioterapia e quindi, al più presto si possano sviluppare strategie alternative per proteggere la fertilità delle giovani pazienti dagli effetti dannosi della chemioterapia. Lo studio, nato dalla collaborazione dei gruppi di ricerca del Dipartimento di Biologia e della Facoltà di Medicina (Prof. Massimo De Felici,  Dipartimento di Sanità Pubblica e Biologia Cellulare e Prof. Gerry Melino, Dipartimento di Medicina Sperimentale e Scienze Biochimiche ), è stato finanziato dall’AIRC (Associazione Italiana Ricerca sul Cancro).

Leggi lo studio su Nature Medicine

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