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Oxford vs Tor Vergata. Intervista a Paolo Cabella

Pubblicato da luigi mercoledì, 9 settembre 2009 | Rubriche: Home, IN-ternazionalizzazione

“All’università di Oxford i ricercatori sono una risorsa importante e senza costi di formazione. A “Tor Vergata” possiamo contare su ottime attrezzature, ma se avessimo anche noi un supercomputer come il loro…”. Intervista a Paolo Cabella, astrofisico, che da Oxford è tornato in Italia Leggi tutto

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di Luigi Vespasiani

Paolo Cabella è astrofisico presso l’Osservatorio di Monte Porzio. Per l’Ateneo di Tor Vergata opera  sul progetto P.L.A.N.K. in qualità di assegnista. Già collaboratore dell’Università di Oxford, per conto della quale ha svolto attività di ricerca per quasi un anno, una volta terminato il mandato ha deciso di far parte dei “cervelli in rientro”, anzichè proseguire la sue esperienza all’estero. rinunciando persino alle sirene di Cambridge, altra prestigiosa Università che, senza successo, ha cercato di avere Cabella tra i suoi collaboratori, non appena uscito da Oxford.

Dott. Cabella, qual è la realtà di Oxford?

Il leitmotiv di un Ateneo come quello di Oxford è l’organizzazione. Un docente (e in parte vale anche gli studenti) viene seguito in tutto e per tutto, anche da un punto di vista amministrativo, consentendogli così di dover pensare solo e soltanto all’attività accademica, senza ulteriori incombenze. Le segreterie fanno un lavoro enorme, che va dalla catalogazione delle conferenza a cui il docente/discente deve prendere parte, fino al rinnovo dell’assicurazione della macchina, passando per la ricerca di un alloggio e la sistemazione in città. C’è un forte senso di appartenenza, che fa in modo che gli ex-alunni, anche a distanza di anni, conservino un grande sentimento di riconoscenza nei confronti di una istituzione che li ha formati per la vita. Ciò da luogo a lasciti, elargizioni e donazioni che vanno a rimpinguare le casse già floride degli atenei. Gli studenti pagano una retta elevata, ma i vantaggi, una volta terminati gli studi, sono enormi. Lì il triennio funziona benissimo.

E’ un’esagerazione dire che all’estero contano sulla fuga dei cervelli?

No, non è assolutamente esagerato. I cervelli in fuga, soprattutto dall’Italia, sono una risorsa enorme, sulla quale gli atenei contano senza nasconderlo. Accettano ben volentieri professionisti per la formazione dei quali non hanno speso nulla e che invece fanno loro guadagnare denaro. Ricordo a tal proposito un aneddoto particolare. Mi trovavo ad Oxford quando è cambiato il governo, durante le ultime elezioni politiche, e ricordo che il rettore mi mandò a chiamare per chiedermi personalmente chi avessero nominato Ministro dell’Università: “E’ solo per regolarci – mi disse – e per avere un’idea di quanti saranno i “cervelli in fuga” su cui potremo contare nei prossimi anni. Meno bravo è il vostro Ministro, più docenti qualificati noi avremo”. Lo disse con un sorriso, venato di caratteristico humor britannico, ma credo che scherzasse solo fino ad un certo punto.

Come fare per assimilarci ai loro standard?

Loro sono ultra-organizzati. Per avvicinarci al loro modello credo che il punto di partenza sia proprio nello screening della classe docente. E’ necessario partire dalla valutazione dei professori, cosa sconosciuta a noi in Italia, ma che da loro è una ferrea prassi, a cui non è possibile sottrarsi. Ogni tre anni l’ateneo sottopone ad una completa radiografia l’operato di ogni singolo docente. Se il risultato è positivo si rinnova la collaborazione, altrimenti a casa senza troppe cerimonie.

Lei poteva andare a Cambridge, una volta concluso il suo mandato ad Oxford. Perché non ha accettato?

Il motivo principale è che amo l’Italia. I miei affetti sono qui e inoltre sono convinto che la situazione possa migliorare. L’università di Tor Vergata mi ha offerto tutto quello di cui avevo bisogno per lavorare e a quel punto non ho visto ragioni per restare all’estero.

Qual è la sua attività presso l’Ateneo di Tor Vergata?

Sono un cosmologo. Io ed il mio gruppo lavoriamo su radiazioni cosmiche fossili di fondo, residuo del big bang. Una radiazione dalla quale si possono estrarre informazioni sul presente, sul passato e sul futuro dell’Universo. Studiamo radiazioni vecchie di miliardi di anni. I risultati da noi ottenuti, seppur non direttamente collegati a quelli ricavati da altri esperimenti (es. “Pamela”), devono comunque avere un elevato livello di concordanza con gli stessi, in quanto dall’analisi sovrapposta dei risultati ci si aspetta di poter ottenere un modello teorico concordante.

Tor Vergata in astrofisica?

Stiamo lavorando su P.L.A.N.K., un satellite che a giorni dovrebbe essere in orbita e dal quale ci aspettiamo di poter ricavare un’enorme mole di informazioni. Noi siamo pesantemente coinvolti in questo progetto, a cui prendono parte anche la Nasa e l’ Esa, e sarà un esperimento cruciale per lo studio della CBR (Cosmology Background Radiation). I risultati saranno confrontabili con quelli raccolti nell’immediato futuro da altri esperimenti, come ad esempio L’LHC del Cern. Si andrà alla ricerca di particelle differenti, generate però da un unico grande fenomeno, il Big Bang. Va da sé che, se i risultati dovessero essere concordanti con quelli raccolti dall’esperimento ginevrino, avremo fatto un notevole passo avanti verso la spiegazione di alcuni dei moltissimi misteri che ancora avvolgono la creazione dell’Universo.

Quali sono le cose di cui maggiormente lamenta la mancanza, in un ambiente di ricerca come il nostro?

Premetto che, da un punto di vista umano, la realtà di Tor Vergata è sicuramente la migliore con cui mi sia mai trovato a lavorare. La ricerca in Italia, in generale, non è messa bene. Servono fondi, e a nessuno dispiacerebbe poter contare su maggiori introiti.

Anche perchè investendo nella ricerca, in realtà si risparmia…

Verissimo. L’onere maggiore che si sostiene per investire viene sicuramente ripagato (e oltre) dal tempo che si risparmia lavorando con strumenti adeguati.

Quale strumento manca alla vostra ricerca?

Possiamo contare su ottime attrezzature. L’unica cosa che ci aiuterebbe sarebbe un supercomputer. Oxford ne possiede uno eccellente. Tra poco, appena inizieremo a ricevere i dati da P.L.A.N.K., avremo problemi. Intendo dire che, essendo davvero una quantità inimmaginabile di dati, potremo anche riuscire a racimolare sui server lo spazio fisico per archiviarli. Ma un super elaboratore ci permetterebbe di analizzarli risparmiando una quantità di tempo… galattica!